In occasione della sua mostra presso Galleria Continua a San Gimignano, Marta Spagnoli approfondisce la sua ricerca sul rapporto tra immagine e movimento, tra ordine e caos, tra figurazione e astrazione. La sua pratica pittorica si nutre di riferimenti filosofici e mitologici, dando vita a opere che evocano la dinamicità della danza e la profondità del paesaggio emotivo. Il concetto di “Fantasmata”, inteso come immagine sospesa di un gesto coreografico, diventa per lei una chiave di lettura della pittura stessa, un processo di stratificazione e trasformazione continua.
In questa conversazione, l’artista ci guida attraverso il suo universo visivo, raccontando l’importanza del segno, della griglia come spazio di tensione tra struttura e libertà, della presenza di elementi organici e animali come specchi simbolici dell’essere umano. Con una sensibilità aperta all’accidente e all’intrusione, Spagnoli riflette sul suo metodo di lavoro e sulle possibili direzioni future della sua ricerca.
“Fantasmata” esplora il concetto di movimento e trasformazione nell’immagine. Come sei arrivata a sviluppare questa idea e cosa significa per te il termine “Fantasmata” in relazione alla pittura?
Per me è stata una coincidenza, sia visiva che concettuale. Il termine “Fantasmata”, utilizzato principalmente in ambito filosofico, viene applicato alla danza per descrivere l’“immagine” di un movimento: un istante in cui si concentra l’energia di un’intera coreografia, ma che resta sospeso, in attesa di essere rilasciato. Ho trovato un parallelismo con il mio lavoro, riconoscendo affinità nel modo in cui concepisco lo spazio, lo attraverso e ne esploro l’equilibrio tra pieni e vuoti, una sospensione carica di potenziale. Ho voluto approfondire questo legame non solo concettualmente, ma anche formalmente, componendo le immagini secondo una logica coreografica: i soggetti, spesso ripetuti nella composizione della tela, come una scrittura, evocano le dinamiche di un corpo di ballo in movimento.
Nelle tue opere appaiono spesso elementi organici e animali, come alghe fluttuanti e creature artigliate. Quale significato simbolico attribuisci a queste forme?
Da molto tempo mi interrogo sul legame tra l’essere umano e ciò che lo circonda e lo accompagna da sempre: il paesaggio con i suoi elementi organici, ma soprattutto gli “altri” animali. Mi sento vicina al valore simbolico che nel corso del tempo è stato loro attribuito, in particolare attraverso il mito. Il mito non è solo un tentativo di comprensione, ma anche un atto di proiezione: attraverso le sue immagini ci riconosciamo, ci differenziamo, ci immedesimiamo o ci distanziamo da ciò che ci circonda. La scelta di un mio soggetto non segue sempre una logica razionale; spesso è guidata da volontà meno evidenti, più intuitive.
La griglia presente in “Fantasmata II” sembra suggerire una struttura ma anche un limite. Che ruolo ha questa tensione tra ordine e caos nel tuo lavoro?
Questa tensione riflette probabilmente una mia inquietudine interiore nel conciliare precisione ed equilibrio con una libertà più istintiva e prorompente. È quasi un dialogo tra ciò di cui ho bisogno e ciò che desidero esprimere. La griglia suggerisce un ordine apparente, ma viene immediatamente sovvertita dal movimento della pittura e dei soggetti, trasformandosi in uno spazio che è al tempo stesso struttura e apertura, un palcoscenico o uno spartito su cui improvvisare. Inoltre, ordine e caos non sono opposti, ma fasi diverse del mio processo pittorico: uno introduce il movimento, l’altro ne definisce i contorni e ne esalta le tensioni.
Nelle tue opere c’è spazio per l’accidente e l’intruso: elementi inaspettati che rompono la composizione. Quale funzione hanno questi elementi nel tuo processo creativo?
Nelle mie opere convivono due tipi di presenze: quelle che si sviluppano all’interno del movimento coreografico e quelle più estranee, quasi disturbanti, che rompono l’equilibrio e aprono nuovi spazi di lettura, collegandosi a temi ricorrenti del mio immaginario visivo. Mi interessa accogliere liberamente qualsiasi elemento che possa arricchire l’immagine, lasciandomi guidare dalle sue logiche interne. Alterno pieni e vuoti, elementi più o meno figurativi, e seguo gli intervalli irregolari che caratterizzano il mio processo creativo. Questo approccio rispecchia una visione nomade, influenzata dalla molteplicità di riferimenti visivi e culturali che oggi possiamo attraversare e rielaborare senza confini definiti.
Il tuo lavoro sembra oscillare tra figurazione e astrazione, tra forma e “defigurazione”. Come trovi un equilibrio tra questi due poli?
Mi sono sempre mossa tra questi due poli di formulazione di un’immagine, se così si possono definire. Il disegno è stato a lungo uno strumento di ricerca per comprendere i soggetti e dare forma alle immagini, e spesso il segno stesso ha avuto un ruolo centrale nel mio processo. Un segno che emerge dal bianco della superficie instaura un dialogo tra pieno e vuoto, tra ciò che è definito e ciò che resta in potenza, suggerendo già una sorta di defigurazione - un’immagine aperta, incompleta, in continua riscrittura. La compresenza di figurazione e astrazione è dunque una naturale estensione di questo equilibrio.
L’idea di un paesaggio “senziente”, che non è solo naturale ma anche emotivo e psicologico, è molto forte nelle tue opere. Come si è sviluppato questo approccio nella tua pratica artistica?
Mi sono resa conto che, anche quando rappresentavo scene assimilabili a paesaggi, la mia ricerca andava oltre la mera descrizione dello spazio, intrecciandosi sempre a una dimensione più profonda, emotiva e simbolica, spesso racchiusa nella forma stessa. Come accennavo per gli animali, anche il paesaggio e l’ambiente naturale sono da sempre territori di immedesimazione e proiezione per l’essere umano, in particolare se osservati attraverso una lente mitologica. Il paesaggio diventa senziente sia come specchio antropomorfizzato, dove si sedimentano accumuli di visioni e impulsi psichici, sia come entità altra, un contraltare al sentire umano, enigmatico e inaccessibile. In questo ciclo di lavori, ho voluto avvicinare il paesaggio all’idea di un corpo in movimento, un insieme di più elementi naturali dinamico ed organizzato che richiama la struttura di una coreografia.
La tua pittura è caratterizzata da una stratificazione pittorica e segnica complessa. Qual è il tuo metodo di lavoro e come costruisci l’immagine attraverso questi livelli?
Il mio processo creativo prende avvio dal bianco neutro della tela, uno spazio solo apparentemente vuoto e neutro, in cui o il segno o un primo strato di pittura liquida iniziano a depositarsi. Quel bianco iniziale non scompare mai del tutto: resta come una presenza sottesa, un fondamento che riaffiora e si intreccia con gli strati successivi. Con il progredire del lavoro, la narrazione visiva si struttura attraverso sovrapposizioni e definizioni progressive, ma torno costantemente a quel bianco originario, che riabbraccia e ricompone gli elementi sottostanti. È un processo in parte spontaneo, ma attraversato da passaggi imprescindibili, momenti in cui so che l’immagine subirà una trasformazione radicale, ridefinendo le tensioni interne e ridisegnando le forze in gioco.
Il concetto di movimento primordiale, che va dal caos all’organizzazione, è centrale nella tua ricerca. C’è un riferimento particolare che ti ha ispirato, magari filosofico o scientifico?
No, non direi. É il risultato dell’osservazione delle immagini e di come lavoro.
Guardando al futuro, quali altre direzioni vorresti esplorare nella tua ricerca artistica? C’è un tema o un materiale che senti il bisogno di approfondire?
Non lo so, ci sono molte letture appuntate, approfondimenti che vorrei fare ma tendo a non essere rigida sul progredire del lavoro. Credo che la “Fantasmata” sia un’immagine talmente vasta che potrei immergermi maggiormente in questa parola.