Il museo ARCOS – Museo Arte Contemporanea del Sannio – si trova a Benevento sul Corso Garibaldi, un tempo via Magistrale, nei sotterranei del Palazzo del Governo, costruito per ospitare la Deputazione Provinciale di Benevento (un organo collegiale composto da diversi funzionari che non aveva personalità giuridica ma che aveva una funzione esecutiva soppresso nel 1928). L’edificio nonostante i bombardamenti del 1943 rimase in piedi; i suoi sotterranei erano diventati il rifugio antiaereo per i cittadini durante le incursioni dell’aviazione anglo-americana.

Dopo la seconda guerra mondiale i sotterranei vennero utilizzati come deposito e rimasero tali fino al 1999, quando l’amministrazione decise di renderli uno spazio espositivo. Nel 2002 iniziarono i lavori e nel 2005 venne inaugurato il Museo ARCOS con l’idea di esporvi i reperti di epoca egizia ritrovati a Benevento che inizialmente erano conservati all’interno del Museo del Sannio, insieme alle testimonianze dell’antico capoluogo sannita ma per dargli risalto vennero infine spostati nella sezione egizia del Museo Arcos.

Infatti, in esso sono presenti due diverse sezioni: una di arte contemporanea e l’altra egizia. La prima vuole promuovere la cultura artistica del territorio ed espone mostre temporanee di artisti italiani e internazionali contemporanei. La seconda conserva e organizza i reperti egizi ritrovati in città. Dopo quello di Roma è l’unico museo egizio che espone opere non provenienti dall’Egitto ma ritrovate nella stessa città di appartenenza.

L’idea del museo si basa sulla ricostruzione, attraverso un viaggio tra le diverse sale, del tempio di Iside caro ai beneventani. Le sculture vengono disposte in modo da riprodurre i luoghi ricostruiti dal Müller riproponendo i tre diversi santuari dedicati alla Dea. Il più antico era la testimonianza sia del culto romano che di quello egizio quindi in stile ellenistico-romani ed era dedicato ad Iside Pelagia. Il secondo è quello voluto da Domiziano nel 88-89 d.C., il più maestoso, infine quello di Osiride Canopo e di Iside al quale presumibilmente appartengono le statue dei sacerdoti canopi che incontreremo nel nostro viaggio.

Il viaggio nel mondo di Iside proposto da ARCOS parte dall’iniziazione del fedele al culto della dea quindi con il viale che inizia con due leoni in granito rosa per continuare con le sfingi.

La sala vuole riprodurre il caratteristico viale che portava ai templi egizi. Le statue che si trovano qui sono prive delle parti più fragili, ad esempio ai leoni mancano le zampe e la base di appoggio e alle sfingi mancano la testa e le zampe anteriori. Secondo la tradizione la testa delle sfingi è umana ed è ornata del copricapo reale del quale in questa scultura restano i lembi che scendono sul petto tra i cui margini interni si vede una collana, si vede anche la treccia reale che poggia sulle spalle. Non sono più visibili le zampe anteriori e il plinto basso ad angoli retti su cui esse poggiavano. Si vede però la coda dai contorni netti che si arrotola alla coscia sinistra e la parte finale per adagiarsi tra la coscia e il fianco. La scultura ha contorni netti che mostrano la muscolatura della sfinge e il ventre coperto dalla cresta che scende fino al plinto.

La datazione delle sfingi viene fatta confrontandole con sfingi che appaiono della stessa fattura, secondo Müller risalgono al IV secolo a.C., e da questa datazione si notano delle differenze ma le forme risultano analoghe. Le sculture non sono omogenee sono presenti delle sfingi di epoca successiva ordinate da Domiziano per il santuario di Iside di Benevento. Questo viene spiegato dall’uso di sculture, conformi il più possibile all’originale, copiate da quelle egizie e utilizzate nei templi in onore delle loro divinità ma eretti dal popolo romano. Sono presenti altre sfingi più piccole, il cui volto è identificabile a quello dell’imperatore per questo la loro esecuzione deve attribuirsi al periodo della costruzione dell’iseo Domizianeo.

La presenza delle sfingi, secondo la ricostruzione di Pirelli, fa ipotizzare che il tempio fosse preceduto da un dromos, cioè un passaggio con pareti che gradualmente aumentavano di altezza, che conduceva al tempio. Dopo le sfingi i due obelischi gemelli, uno conservato in piazza Papiniano e l’altro conservato al Museo del Sannio, poco distante dal Museo ARCOS. La funzione era di protezione alla cappella vera e propria.

Continuando il percorso all’interno del museo ci si trova nella sala in cui sono custodite le sculture che rappresentano divinità legate ad Iside e che attestano il culto di Osiride come, per esempio, i sacerdoti con vaso canopo. Il canopo è il vaso che conteneva le acque del Nilo in cui Osiride era morto. I sacerdoti sono privi di testa e si differenziano solo per l’attributo sacro. Il sacerdote indossa un manto lungo la cui parte superiore è ripiegata verso l’interno con delle pieghe tipiche della versione ellenistico-romana, tra le mani ha il canopo e anche se il capo non è presente dalla tradizione tramandataci dovevano essere rasati. Sui coperchi dei vasi sono presenti Osiride, Anubi, Horus e Iside e si suppone che avendo il canopo figurativo le due statue celebrassero Osiride canopo e Iside Menuthis.

Nella stessa sala si vedono Horus rappresentato con le sembianze di falco, egli è dio del cielo e figlio di Iside. È eretto su una piccola base con ali strette al corpo e la finitura superficiale è liscia ma le piume si intravedono solo sulle guance. Müller attribuisce anche questa scultura ad un’epoca precedente alla costruzione dell’Iseo voluto da Domiziano. Quella del falco è la forma più antica di Horus e rappresenta anche l’imperatore come discendente dai Faraoni. Di questa statua sono presenti altri due esemplari simili ma uno di loro sembra di epoca domizianea.

Da qui si giunge alla cella, in stile egizio, che presenta una particolarità: le pareti decorate non da pitture ma da bassorilievi realizzati in marmo. L’uso di questo materiale prezioso lascia intuire l’importanza del tempio beneventano perché solitamente l’interno delle celle di templi edificati da romani erano decorati con pitture, o stucchi, colorate. La ricostruzione mostra il sovrano che porge l’offerta alla dea che protegge con le ali Apis. Apis è una presenza costante nel culto beneventano e sono presenti in due statue entrambe nella sala successiva e questa presenza conferma la sua importanza e il legame del culto con la terra di origine. Solo nell’ultima sala sono poste le sculture rappresentanti la dea come, ad esempio, la testa di Iside che attraverso una ricostruzione bidimensionale viene ricostruita e ne viene data la grandezza reale alla statua.

La scultura era sicuramente posta all’interno della cella del tempio ed aveva sul capo il diadema da cui salivano le corna bovine che sorreggevano il disco lunare. Nella stessa sala sono presenti la Barca di Iside Pelagia e la Cista mistica. La barca fa parte dell’iconografia della dea come protettrice dei navigatori della quale però sono visibili solo i piedi con i calzari ornati da foglie. La cista mistica è un recipiente di forma cilindrica caratteristico dei riti greco-romani che conteneva oggetti attribuibili ad Iside. Sulla cista, in porfido rosso, era raffigurato un serpente della cui testa si sono perse le tracce.

Il corridoio che porta all’uscita riporta sulle pareti la ricostruzione del culto, come l’Inno alla Dea o la testimonianza della monetizzazione, monete della cui battitura non ci sono fonti certe. Su di esse ci sono immagini di Iside e Serapide e forse erano destinate a doni fatti in occasione della festa.

Il tempio beneventano è stato assimilato a quello di Pompei, cioè un tempietto prostilo tetrastilo, posizionato su un podio a cui si accede attraverso una scala costituita da sette gradini; quindi, di piccole dimensioni ma la quantità di reperti e le colonne sparse per i monumenti cittadini fanno immaginare un tempio a cella molto più grande in cui la dea veniva custodita e conservata. Il tempio potrebbe essere immaginato con mura e bastioni che rendevano inaccessibile l’interno, dalle testimonianze di Meomartino le tracce dell’Iseo sono proprio a ridosso delle mura, oggi chiamate longobarde, quelle per le quali i resti delle sculture del tempio sono state utilizzate come riempimento.

Si presume siano tre i templi in tre luoghi diversi ma quelle eretto da Domiziano era sicuramente il più imponente. Non ci sono notizie sulla sua vera forma e tutte le ipotesi sono aperte a nuove scoperte, per questo il mistero di Iside è ancora da svelare e lascia la città avvolta in una nebbia magica che la rende la sua bellezza riconoscibile solo agli occhi di chi realmente è disposto a guardarla con attenzione.

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