La corrente di pensiero che aleggia intorno al “ritratto interpretativo” è di fondamentale importanza in tutta la tradizione del ritratto fotografico. Nadar1 lo affermava, con grande semplicità, quando sosteneva: “il ritratto che mi viene meglio è quello dell’uomo che conosco meglio”.

La maggior parte dei buoni ritratti va al di là della riproduzione delle fattezze del soggetto, ma lo interpreta, trascendendo così ciò che Julia Margaret Cameron2 denunciava come “mera fotografia topografica convenzionale, cartografia e misurazione anatomica di caratteri e forme.”

Allo stesso tempo la maggior parte dei fotografi, nel tempo, ha anche riconosciuto che ogni singolo ritratto interpretativo non è che una singola, individuale e, per lo più, incompleta analisi o interpretazione.

Fondamentale per i ritratti di Arnold Newman è la nozione di un tal genere di resa interpretativa della personalità. L’interpretazione deve essere una combinazione di conoscenza da una parte e intuizione dall’altra, e l’intuitività più adatta per Newman è probabilmente quella che si basa su una conoscenza precedente ben approfondita, sul tatto e sulla comprensione.

“Tutto il carattere del soggetto deve essere letto a prima vista; tutta l’immagine, così come apparirà alla fine, deve essere vista fin dall’inizio, in tutti i suoi dettagli, e in ciascuno di essi, nel loro insieme e nella loro combinazione. Nel risultato non deve esserci alcuna divergenza dalla verità nel delineare e rappresentare la bellezza, l’espressione e il carattere.”3

L’importante, quindi, non è soltanto la celerità con cui il fotografo fa scattare la sua magia, ma anche la precisione con cui è in grado di “leggere” il carattere di una persona ovvero, come dice Newman “la sua capacità di giudicare una persona, di entrare in sintonia con ogni soggetto e di comprendere chi si sta fotografando”.

Ogni ritratto fotografico riuscito è sicuramente il risultato della relazione simbolica che si lega tra il fotografo e il suo soggetto. L’abilità del soggetto di influenzare attivamente l’approccio del fotografo al suo ritratto si configura come una relazione psicologica largamente riconosciuta, più coscienzioso è il fotografo, e più il risultato finale sarà il prodotto di una visione controllata ma allo stesso tempo ricettiva.

Il pieno controllo di Newman non è imperativo, piuttosto è basato sull’influenza e sulla comprensione. Permette ai suoi soggetti di sistemarsi e di rilassarsi nelle loro posizioni più caratteristiche col minimo possibile di posa, di direzione palese o di coreografia. Per poter diminuire l’abituale vigilanza su di sé del soggetto spesso anche lui, come Nadar, utilizza delle sedute preliminari conversando col soggetto e osservandone i gesti, le espressioni facciali e le posizioni.

Osservare, però, non vuol dire essere passivi nei confronti del soggetto osservato, infatti Newman lascia poco al caso, e solo raramente accetta una situazione accidentale e non visualizzata prima.

Che il ritratto sia asciutto e geometrico, sensuale ed enigmatico o barocco, in ogni caso mantiene un controllo visivo completo di ogni aspetto formale del risultato finale: la sistemazione, l’illuminazione, il taglio dell’immagine sono sempre scelti con cura.

Scrutare le sfumature di comportamento, disporre il soggetto attraverso mezzi indiretti, costruire lo scatto in base alla scelta e, infine, intuire il momento più rivelatore per far scattare l’otturatore: da questo, dunque, è formata l’arte di Arnold Newman, questo è il modo in cui ha interpretato alcuni dei grandi del suo tempo.

Per citarne alcuni: Piet Mondrian, Max Ernst, Marc Chagall, Man Ray, Jackson Pollock, Salvador Dalì, Alberto Giacometti, Pablo Picasso, Marcel Duchamp, Igor Stravinskij, Marilyn Monroe, John F. Kennedy, Eleanor Roosevelt, Henri Cartier-Bresson, Francis Bacon e molti altri esponenti del mondo della musica, del cinema, della pittura e della politica sono entrati di fatto nel nostro immaginario iconico proprio grazie ad una perfetta intesa che si è creata tra soggetto e fotografo.

“I suoi ritratti sono degli splendidi ritratti, qualunque sia il criterio di giudizio estetico, ma allo stesso tempo sono un indice enciclopedico delle sembianze di tanti importanti personaggi.

Entrambi i fattori hanno contribuito, con un gioco reciproco, alla realizzazione della sua arte, ed entrambi continueranno ad essere presi seriamente in considerazione come dei commentari alla storia dell’epoca.

Se Newman ha ripreso questi volti è perché era un fotografo; se queste immagini sono costruite in modo tanto eloquente e hanno un così grande significato estetico, è perché è stato un grande artista.”4

Note

1 Gaspard-Félix Tournachon, pioniere francese della fotografia ritrattistica, si distinse per le sue abilità compositive e per la compenetrazione psicologica con la quale si rapportava al soggetto.
2 Julia Margaret Cameron, fotografa inglese, esponente del pittorialismo, fu la prima donna ammessa alla Royal Photographic Academy.
3 Albert Sands Southworth, uno dei più grandi dagherrotipisti americani, ci ha lasciato quella che probabilmente è la definizione migliore del modo in cui il fotografo ritrattista intuisce il suo soggetto.
4 Robert A. Sobieszek, Perfetta sintonia con i soggetti, 1982.

Bibliografia

Beaumont Newhall, Storia della fotografia, Einaudi, 1982.
Elio Grazioli, Corpo e figura umana nella fotografia, Editrice Mondadori, 1998.
Arnold Newman, Gruppo Editoriale Fabbri, 1982.
Nadar, Einaudi,1973.