Nella storia geologica del Mediterraneo, culla di grandi civiltà, il mar Tirreno occupa un posto certamente particolare che ne fa un universo unico e ricco di continue evoluzioni. Da millenni siamo abituati a concepirlo quasi come uno specchio d’acqua circondato da grandi isole da un lato, dalla terraferma dall’altro. Uno spazio nel quale sono nate, si sono evolute, sviluppate e poi, a volte, sono scomparse importanti e grandi civiltà antiche che hanno plasmato per molti versi quello che è oggi la penisola italiana nella porzione che su di esso si affaccia. Basti pensare agli Etruschi e alla storia leggendaria che ha portato alla nascita di Roma.

Quel che interessa porre in evidenza in questa sede è però l’aspetto naturale e la ricchezza e complessità di questa superficie azzurra e di quello che si trova nelle sue profondità. Geologicamente si trova in quella che potremmo definire un’area di mezzo e di grande turbolenza tra la piattaforma africana e quella europea. Un luogo senza pace da millenni, nel quale si incontrano e si scontrano forze opposte ed immani. Ad ovest le grandi isole della Sardegna e delle Corsica ne delimitano i contorni poggiando però su una diversa crosta tettonica. Un confine preciso che vede le grandi isole appartenere ad un’area relativamente stabile, mentre il Tirreno è al contrario una realtà tumultosa da tempi geologici e legato a fenomeni imponenti come quelli che vedono la penisola spinta inesorabilmente verso est dall’Africa.

Questo moto incessante ha conformato questo mare che nelle sue profondità ospita una vera e propria dorsale vulcanica in molti casi in apparente calma, masolo apparente, con uno dei più grandi apparati vulcanici sottomarini, il Marsili. Osservato speciale e oggetto di monitoraggio costante.

Quello che attira però l’attenzione in questo periodo è qualcosa sempre di vulcanico ma che si affaccia sulle sue acque ad est in quella lunga striscia di terra che occupa fenomeni senza riposo nonché il monte che delinea lo spettacolo del golfo di Napoli: il Vesuvio. Un nome che agita da sempre le attenzioni di studiosi ed esperti per la sua inattività apparente. Nelle profondità della terra però qualcosa continua a muoversi. Quei fenomeni senza requie dei quali abbiamo fatto cenno sono un altro insieme spettacolare della vitalità naturale: parliamo dei Campi Flegrei e del loro risvegliarsi periodicamente con caratteristiche parossistiche che ogni volta rendono sempre più chiaro che in quella zona ci si trova dinanzi alle misteriose forze che plasmano il globo.

I Campi Flegrei sono considerati uno stratovulcano di estrema complessità bisognoso di attenzione costante e la cui evoluzione prospetta anche scenari certamente non augurabili. Quando si parla di stratovulcani la mente va subito a quello universamente conosciuto come uno dei più pericolosi in prospettiva: quello di Yellowstone in America Settentrionale. Ma i nostri Campi Flegrei non solo non demeritano ma costituiscono anche essi un fenomeno di incredibile valore ed in evoluzione che si spera nei tempi storici che ci caratterizzano non dia luogo a quello del quale sarebbe capace in un’area estremamente antropizzata, dove si vive ai bordi di una caldera vulcanica. Bradisismo e fumarole ne sono da decenni le manifestazioni più folcloristiche ma non meno critiche nello scenario.

L’ultima scoperta recente ha mostrato, come se ve ne fosse stato bisogno, la richezza e la complessità dell’area. Un team multidisciplinare dell’INGV (l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e del Cnr ha analizzato la porzione sommersa dei Campi Flegrei e del fondale marino circostante, e ha identificato una nuova caldera rimasta finora sconosciuta e una vasta frana sottomarina. La ricerca è stata pubblicata di rcente sulla rivista Geomorphology.

image host La cartografia sottomarina al largo di Ischia.

Quello che sbalordisce è che – in una zona assolutamente e costantemente controllata e monitorata - nuove indagini magnetiche su un sistema vulcanico sottomarino attivo situato al largo della costa tirrenica, in corrispondenza dei Campi Flegrei e dell’Isola di Ischia, hanno identificato – si sottolinea nella ricerca - sul fondale marino una serie di strutture geologiche finora sconosciute, e tra queste, come abbiamo detto, residui di un'antica caldera e una vasta frana. La novità di questa scoperta consiste che nonostante le conoscenze sull’area la porzione sottomarina non era stata analizzata e rappresentata in maniera integrata con i settori marini antistanti. I rilevamenti magnetici al’origine della scoperta sono stati condotti nel 2022 mediante sondaggi aerei e navali, e hanno rilevato anomalie significative che indicano la presenza di un antico vulcano sommerso, poco a ovest dell’isola di Ischia.

image host I fondali del Tirreno davanti ai Campi Flegrei.

Uno dei risultati principali dello studio – secondo Riccardo De Ritiis, ricercatore INGV e primo autore dell’articolo cui abbiamo fatto riferimento - è senza dubbio “l’identificazione, sulla base dell’analisi morfologica del fondale e delle anomalie magnetiche, di una caldera di grandi dimensioni mai descritta prima. Questa scoperta potrebbe rivelarsi importante per la comprensione della storia evolutiva e dell’attività vulcanica dei Campi Flegrei e dell’Isola di Ischia”. Accanto a questo dato anche l’altro di grande importanza “la mappatura di una vasta frana sottomarina che si estende per decine di chilometri e che potrebbe essere il risultato di eventi legati all’instabilità dei versanti vulcanici”, aggiunge.

Altra non secondaria evidenza scaturita dallo studio per il quale ci si è avvalsi di rilevamenti magnetici ad alta risoluzione tramite sondaggi aerei e navali, incrociando i dati delle anomalie magnetiche con quelli batimetrici e sismici - è che i lineamenti magnetici che corrispondono sia a faglie regionali già note sia a nuove strutture potrebbero riflettere i processi tettonici e vulcanici ancora attivi nell’area.

Per Massimo Chiappini, Direttore del Dipartimento Ambiente dell’INGV e co-autore dello studio, i risultati raggiunti sono frutto di un’importante collaborazione tra INGV, Cnr e altre istituzioni accademiche, a sottolineare il valore di un approccio multidisciplinare per la comprensione dei sistemi vulcanici complessi.

Quello che emerge è una visione ancora più chiara della geologia sottomarina dei Campi Flegrei, e si aprono anche interssanti e cruciali riflessioni per quella che viene indicata come mitigazione del rischio vulcanico in una delle aree più densamente popolate d’Italia. Per Salvatore Passaro, ricercatore del Cnr-Ismar e co-autore dell’articolo rileva l’importanza della geofisica marina nel monitoraggio e nello studio delle zone a rischio vulcanico e “la scoperta di una frana di grandi dimensioni, che potrebbe anche aver generato in passato un imponente tsunami e l’identificazione di anomalie magnetiche legate a possibili attività vulcaniche forniscono nuovi spunti per ulteriori ricerche e monitoraggi”.

Insomma l’ebollizione delle polle di superficie è soltanto la manifestazione più evidente insieme alla risalita e all’abbassamento del suolo nei Campi Flegrei, di cosa c’è in pentola nelle profondità del mar Tirreno!