Marco Piccat, già Direttore del Dipartimento di Filosofia, Lingue e Letterature Straniere della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste, è un illustre studioso di filologia romanza che, appassionato conoscitore del Medioevo, ha come obiettivo quello di trarre utili insegnamenti dalla storia medievale europea per vivere meglio il presente e costruire un futuro di pace.

Di recente ha pubblicato il libro Il duca e il bastardo. L’invenzione di un’intesa e gli affreschi al castello della Manta. Per quale motivo ha deciso di studiare gli affreschi della sala baronale del castello della Manta a Saluzzo?

Questi affreschi sono belli, eleganti, universali. Se li osservi ti emozionano. Costituiscono un segno dell’altissima qualità espressività del mondo cortese ai massimi livelli. Franco Cardini sostiene che: “se la cavalleria fosse una religione, il castello della Manta sarebbe la sua Mecca”.

Qual è stato il suo approccio?

Sono un filologo, uno storico del Medioevo. Mi sono avvalso di una lente di lettura inedita e ho esaminato il sublime programma iconografico da una prospettiva diversa, ma complementare. Infatti, fino agli anni Ottanta del ‘900 queste pitture furono indagate soprattutto da storici dell’arte. In quegli anni si riteneva che fossero gli affreschi più conosciuti del periodo gotico fiorito e quelli di cui si sapeva meno: non si conosceva l’autore, non si conosceva l’epoca in cui furono realizzati e non si conosceva neppure il motivo.

Vittorio Sgarbi nel presentare il ciclo sulla rivista FMR -Franco Maria Ricci- sottolineò: “il castello della Manta è un luogo di cui si conoscono molto bene le immagini, ma di cui sono rimasti più dubbi che certezze”. Risultava alquanto difficile trovare una correlazione fra la grande fastosità dell’insieme pittorico e il contesto storico-politico piuttosto marginale del marchesato di Saluzzo.

Gli storici dell’arte hanno dibattuto sulla possibilità di ascrivere gli affreschi a un determinato autore. In un primo tempo alcuni studiosi li attribuirono a Giacomo Jaquerio, altri ad Aimone Duce. Invece, in un secondo momento, si è ipotizzato che a eseguirli fosse stato un Maestro di altissimo livello senza nome oppure ancora il cosiddetto Maestro della Manta. Comunque il nome dell’artista, con certezza, non lo si conosce ancora.

Come professore di filologia romanza cosa l’ha incuriosita di più?

Gli affreschi che rivestono completamente la grande sala baronale, come una preziosa tappezzeria, presentano tematiche assai differenti. Ciò è confermato anche dalla ricchezza linguistica, che emerge dall’analisi delle citazioni.

Il ciclo I Prodi e le Eroine è completato da scritte in antico francese, la varietà è quella dell’Île de France, il dialetto parigino. Invece, il corteo dei nobili che attraversa il bosco e si dirige verso il castello presenta scritte in antico dialetto piccardo. Questa ricchezza linguistica in aggiunta a quella artistica mi ha portato a pensare che il committente dell’ensamble fosse stato un principe di grande cultura europea, non un governatore locale, perché la committenza dimostrava una conoscenza di temi culturali importanti, dibattuti in quegli anni dalla corte di Francia e dai vari rami delle famiglie reali.

Chi può aver concepito e commissionato un insieme di immagini di così alta qualità?

Per molti anni i pochi storici che si sono occupati delle tematiche sottintese nelle pitture della Manta hanno ribadito che quest’insieme di immagini era semplicemente l’omaggio di Valerano, figlio bastardo del marchese di Saluzzo Tommaso III (nato tra il 1349 e il 1356 e morto nel 1416). Valerano avrebbe fatto dipingere la sala baronale per ricordare l’opera scritta dal padre, intitolata Le livre du Chevaler Errant.

Mi sono occupato dell’edizione del manoscritto dello Chevalier Errant e mi sono reso conto che non poteva essere così, perché non c’è nulla dello Chevalier Errant che viene affrescato a Manta. L’unico argomento in comune riguarda gli eroi e le eroine, ma è svolto in modo totalmente differente.

A Manta le figure sono il simbolo di un governo illuminato, mentre nello Chevalier Errant rappresentano il segno di un governo autoritario, che si fa odiare dai popoli, che crea delle tensioni portatrici di guerre in ogni paese. Questa visione risente dell’esperienza vissuta da Tommaso III in quegli anni in Francia. Infatti, la sua permanenza francese fu caratterizzata da grandi tensioni nobiliari tra le famiglie reali degli Orleans e dei Borgogna, accentuatesi quando la pazzia del re di Francia Carlo VI mise i principi dei vari rami uno contro l’altro armati. Ciò portò a un conflitto di potere spaventoso e al conseguente bisogno assoluto di ricorrere ai beni del territorio, generando tensioni sociali che avrebbero portato alla guerra dei Cento Anni.

Nel racconto di Tommaso III, Madama Fortuna fa precipitare alcuni prodi e alcune eroine. Come indice di questa tensione la misera gente violenta i corpi, li distrugge. Il bisogno di giustizia ed equità si avverte profondamente. Il popolo non riconosceva più le famiglie principesche come essenza del regno di Francia. Tutto il suo libro dimostrava che, a suo parere, per essere marchese e per governare un territorio ci voleva un lungo studio. Per lui la nobiltà non era più un fatto esclusivo di nascita, ma di scelta culturale che solo la conoscenza poteva garantire e in effetti il suo viaggio da marchese errante terminava nel regno di Madama Conoscenza. Ultimato questo testo il personaggio reale finiva a Saluzzo per fare il marchese.

Siamo di fronte a una biforcazione: da un lato il governo aulico, il buon governo; dall’altro il cattivo governo e la rabbia per le tante ingiustizie subite.

Quali sono i personaggi nel programma iconografico degli affreschi della Manta che la affascinano maggiormente?

I restauratori che, coordinati dal professor Giovanni Romano, negli anni ’80 hanno lavorato al recupero di tutto questo grande apparato ad affresco sostengono che ci sono due figure più curate rispetto alle altre: Valerano nella celebre serie dei nove Preux e il cavaliere con il falcone al centro della rappresentazione dei nobili, nella scena della caccia. I maestri frescanti per realizzare queste immagini impiegarono più giornate di lavoro; ciò significa che intendevano dare a questi due ritratti maggior rilievo.

Valerano nella sfilata dei Prodi e delle Eroine compare per primo. Nell’effigie sceglie di identificarsi con Ettore di Troia. Osservandone la veste vi si legge il motto araldico: leit-leit. Questa parola probabilmente deriva dal verbo tedesco leiten = guidare, dirigere o governare. In effetti lui era il proprietario del castello, quando è stato riaperto con la sala affrescata, lui era il dominus loci, il signore del luogo, e lui l’unico principe piemontese che in quel tempo poteva orchestrare una simile armonia.

L’altro personaggio che mi incuriosisce è il nobile a cavallo con il falcone, raffigurato accanto alla sua dama, anch’ella appassionata di falconeria. I due giovani sono posti al centro della rappresentazione, come se si trattasse di un fiore, una sorta di grande rosa, di cui tutti i cortigiani costituiscono i petali, a guisa di un ampio cerchio d’onore.

Secondo Lei, quale significato politico sottintende questo ciclo pittorico?

Alla Manta si vuole la pace. Chi entrava in quella sala ammirandone gli affreschi doveva gioire, essi dovevano significare una nuova creazione, ottenuta grazie a un saggio accordo politico.

Gli affreschi risalgono agli anni 1416-1424 e comunque al massimo si datano entro il 1426. In quel periodo la dinastia Savoia, attestata sin dalla fine del X secolo nel Regno di Borgogna, con Amedeo VIII (1383- 1451) acquisì il titolo nobiliare di duchi. Inoltre, proprio allora Amedeo VIII cominciò una campagna di messa in ordine di tutti i territori che componevano il suo vasto dominio, anche stringendo accordi diplomatici. A Saluzzo, per un caso del destino, venne a mancare il marchese Tommaso III, filo francese e da sempre nemico dei Savoia, soprattutto di Amedeo VIII.

Valerano, nato attorno al 1374, era figlio illegittimo di Tommaso III. Alla morte del padre, avvenuta nel 1416, egli godeva di grande autorevolezza. In eredità dal padre ricevette una serie di beni, tra cui il castello della Manta, rimanendo a fianco della vedova di Tommaso III, Margherita di Roussy, come consigliere e affidabile collaboratore, tanto che ella lo nominò governatore del marchesato di Saluzzo. Il castello della Manta, già esistente nel XIII secolo, divenne la sua residenza principale. Amedeo VIII comprese che con il giovane Valerano c’era la possibilità di un’intesa politica.

Con la prestazione dell’omaggio feudale ad Amedeo VIII di Savoia da parte dei Saluzzo e il conseguente abbandono della devozione alla Casa di Francia il marchesato si sarebbe inserito pacificamente nel territorio sabaudo. In questo modo la pace sarebbe tornata nel territorio saluzzese grazie al governatore di Manta, che poteva vantare un castello con una sala di una bellezza incredibile, superiore a quella di tutti i signori piemontesi di allora.

I grandi giardini del castello di Manta diventavano così i giardini di una terra di pace, dove le persone ritrovavano la serenità del vivere. La fontana di giovinezza e tutto il territorio, uscito da un lungo inverno, godeva di una nuova primavera, che riportava il creato in una condizione mitica, non per volere di uno solo, ma grazie a un accordo tra signori. In questo senso gli affreschi del castello sono un esempio di diplomazia politica che si appoggia all’arte.

Qual è la personalità di Amedeo VIII di Savoia?

Amedeo VIII di Savoia, detto “Il Pacifico”, è un piemontese cresciuto e vissuto in Borgogna. Aveva preso l’abitudine da Filippo l’Ardito, il principe di Borgogna da cui era stato educato, ed anche il padre di sua moglie, Maria di Borgogna, di donare tappezzerie con storie tessute ai principi e ai signori stranieri in cambio di collaborazioni politiche. Allora le tappezzerie erano sì uno status symbol, ma anche un segno della stima per le persone alle quali si donavano ed erano beni la cui immagine rifletteva momenti di storie da recuperare nel tempo.

Molto probabilmente scandagliando le commissioni di tutti i paesi in cui era duca, chiamò a lavorare alla Manta i migliori pittori, coinvolgendoli in un solo cantiere. Egli aveva anche le possibilità economiche di riunirli.

Quello di Amedeo VIII è un discorso molto colto. Governava territori che spaziavano dalla Svizzera alla Liguria, un comprensorio vario e composito. Dietro alla Manta c’era l’Europa. Con Manta l’Europa arriva nel marchesato di Saluzzo e il marchesato di Saluzzo va in Europa. Gli affreschi della Manta sono un documento europeo. Implicano un committente con una visione molto ampia.

Amedeo VIII volle fare un regalo eccezionale. Egli voleva far entrare questa terra nei suoi possedimenti non con la forza, ma con l’arte. In tal modo dimostrò di essere un grande governante, mettendo in pratica ciò che da giovane ebbe l’opportunità di imparare in Borgogna.

Valerano non uscì mai da Saluzzo, come poteva anche solo concepire un discorso così raffinato?

Quale insegnamento possiamo trarre dagli affreschi della Manta?

Non tutti capiscono il messaggio che il ciclo vuole e può dare. Anche in questi anni abbiamo bisogno di luce.

Proviamo a riportare la storia all’attualità. Nel mondo le guerre vanno avanti senza diplomazia. La maggior parte dei governi non è preparata alla diplomazia. Quest’arte manca, non si studia più. La maggior parte dei politici è priva di un linguaggio concreto.

Di fronte ci troviamo una serie di eventi sconcertanti.

L’arte della diplomazia ci insegna che, fatta la guerra, bisogna pensare a fare la pace, non a fare gli accordi per ricostruire, altrimenti rimarrà nell’animo delle persone qualcosa che prima o poi esploderà.

Faccio la lode di un modus vivendi con regole che nel Medioevo permisero alla povera gente di vivere. Adesso sotto sotto cova la brace. La lezione di Manta è questa: la pace. All’epoca, dopo che le cascine erano state messe a fuoco e le bestie avvelenate, si ripartiva come persone nuove con nuovi obiettivi.

Se manca questo momento non si vive, si sopravvive e basta.