Tra i paesi nel mondo dove il rispetto dei diritti umani è una vera utopia c’è sicuramente la Corea del Nord, con la pena di morte applicata con una grande facilità e con una ferocia inaudita. Il controllo pieno dello Stato, compresa la vita e la morte dei suoi abitanti, è fatto da una mente forte, risoluta, perversa e feroce, che, in continuità e ampliamento a quanto già operato dai suoi predecessori, è riuscita a sottomettere al suo potere quasi l’intera popolazione, una parte della quale è connivente per interessi economici e un’altra parte, relegata e frustata, accetta di sottomettersi per paura, vivendo nel continuo terrore e nell’incapacità di reagire.

Tutto ciò avviene sotto la condivisione palese di alcuni tra i più importanti paesi del mondo e con l’apparente costernazione dei restanti paesi che sembrano non curarsi sufficientemente di tali eventi. Lo stimolo a scrivere su tale argomento è dovuto all’avere preso coscienza che, purtroppo, sembrano ancora poche le persone che conoscono questa triste realtà. Pertanto, dopo un breve cenno sull’ancora anacronistica applicazione della pena di morte nel mondo, sono di seguito sintetizzati alcuni dei maggiori avvenimenti che hanno portato alla nascita e all’attuale situazione governativa della Corea del Nord, compresa la sua principale attività economica “criminale”, così definita dalla maggioranza degli organi di stampa internazionali.

Sulla pena di morte nella Corea del Nord

La pena di morte, ancora non abolita in diversi Paesi, è controversa e solleva questioni morali, giuridiche e umane. Molti sostengono che viola il diritto alla vita e non ha effetto deterrente, evidenziando altresì che può essere inflitta a persone innocenti, colpendo spesso i poveri e gli emarginati in modo sproporzionato. L’abolizione della pena di morte è certamente un obiettivo importante per promuovere i diritti umani e la giustizia. L’UE e il Consiglio d’Europa continuano a condannarla con vigore a livello globale.

È una punizione disumana e degradante e rappresenta la massima negazione della dignità umana e anche perché, oltre a non avere un effetto dissuasivo sulla criminalità, rende irreversibili gli errori giudiziari. Come riportato nel comunicato del 9 ottobre 2023 del Consiglio d’Europa, la Bielorussia è l'unico paese ad applicare tuttora la pena di morte in Europa. In Cina si stima che nello scorso anno siano state eseguite alcune migliaia di esecuzioni a seguito di condanne a morte, con un aumento delle esecuzioni anche in Iran, in Arabia Saudita, ecc. Un richiamo forte dell’Unione Europea è rivolto anche agli Stati Uniti d’America per la prosecuzione delle esecuzioni avvenute nei recenti anni.

La cosa che desta maggiore preoccupazione è quando la condanna a morte scaturisce da motivi veramente futili, ad esempio applicata in alcuni Paesi musulmani a donne per il modo poco usuale di portare il velo o per avere accettato di partecipare a feste con usanze “definite occidentali” e ritenute azioni gravi e disonorevoli. Notevoli sono anche i casi in cui è stata indirizzata a persone che si sono macchiate del reato di scrivere un articolo di stampa in controtendenza alla linea politica del loro governo o come nel recente caso di un giovane di ventidue anni della Corea del Nord che, come riportato dal The Guardian del 29 giugno 2024, è stato giustiziato pubblicamente per aver visto film sudcoreani e ascoltato musica K-pop1, un genere musicale, tipico della Corea del Sud, che ha influenze pop statunitensi.

Nella Corea del Nord l’applicazione di tale pena fa parte di un vero sistema di repressione che, attraverso la gestione e il controllo dei flussi di informazioni esterne, soprattutto quelle dirette ai giovani, condiziona la loro stessa vita. Infatti, una recente legge del paese proibisce la diffusione di quella che viene indicata come “ideologia e cultura reazionaria” originaria dai paesi ritenuti a loro ostili, tra questi la Corea del Sud, la cui cultura è considerata una loro grande minaccia.

Tra gli esempi di tali minacce il Guardian cita: «indossare abiti bianchi da parte delle spose, lo sposo portare in braccio la sposa, indossare occhiali da sole o bere alcolici, tutte considerate usanze sudcoreane. I telefoni cellulari vengono anche frequentemente ispezionati per verificare i nomi dei contatti…» è inoltre assolutamente proibita la musica K-pop, perché ritenuta facente parte di una campagna per proteggere i nordcoreani dall'influenza "maligna" della cultura occidentale». Tale assurda campagna è iniziata sotto il precedente leader Kim Jong-il e intensificata attualmente dal figlio Kim Jong-un.

Per potere meglio comprendere le ben note radici delle azioni brutali e di quelle definite bizzarre dell’attuale leader supremo della Corea del Nord, ancor prima di descrivere brevemente alcune sue caratteristiche, è opportuno richiamare qualche notizia sulla recente storia del Paese e sul clima di legalità che ha accompagnato il suo sviluppo da circa 70 anni.

Sulla nascita della Corea del Nord

A partire dagli anni Cinquanta, la Corea, dopo quasi mezzo secolo di dominazione coloniale giapponese, dal 1910 a subito dopo le bombe di Yroshima e Nagashaghi e la resa incondizionata dell’impero nipponico, cioè fino alla definizione della Seconda guerra mondiale (1945), ha dato vita a due società diverse. Poiché le truppe staliniane controllavano già buona parte del nord-est della Corea, gli americani, per evitare che tutta la penisola coreana finisse nelle mani del comunismo sovietico, proposero in fretta una soluzione che fosse condivisa dalle due parti.

Nel 1948, dopo la creazione della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RPDC, detta "Corea del Nord") e della Repubblica di Corea (ROK, detta "Corea del Sud"), venne concordato come confine internazionale il parallelo che divideva la Corea in due parti quasi uguali. Questa soluzione venne accettata sia dal presidente Truman che da Stalin.

Nel 1950 la Corea del Nord comunista invase quella del Sud alleata degli Stati Uniti, con un conflitto che durò fino al 1953 coinvolgendo diverse nazioni, tra cui gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione Sovietica. L'invasione determinò una rapida risposta dell'ONU, infatti, su mandato del consiglio di sicurezza dell'ONU, gli Stati Uniti, affiancati da altri Paesi, intervennero militarmente nella penisola per impedirne la conquista da parte delle forze comuniste nordcoreane2.

La guerra di Corea si concluse con la firma di un armistizio il 27 luglio 1953 che stabilì la creazione di una Zona Demilitarizzata (DMZ) larga quattro chilometri al centro della penisola che segue approssimativamente il trentottesimo parallelo. L’accordo pose fine alle ostilità, ma non fu mai firmato un trattato di pace definitivo. Di conseguenza, la penisola coreana fino ad oggi è rimasta tecnicamente in stato di guerra.

La Corea del Nord, dopo una sua parziale distruzione ad opera degli Stati Uniti, si riprese velocemente, anche perché possedeva una buona parte dell’industria coreana esistente prima della divisione.

La ripresa totale ha richiesto però degli investimenti non produttivi per l’economia locale, provenienti inizialmente dalla Russia, che negli anni successivi cominciarono ad affievolirsi. La Corea del Nord rafforzò comunque la propria posizione con il consolidamento di una forte dittatura che si alimentava economicamente soprattutto attraverso sistemi illegali, come è di seguito descritto, che trovarono piena continuità nella Dinastia Kim, iniziata con Kim Il-sung (dal 1948 al 1994), che consolidò il suo potere negli anni Cinquanta e Sessanta divenendo il leader del paese e creando un culto della personalità molto forte, come fosse una divinità. Il potere continuò a rafforzarsi con il figlio Kim Jong-il (dal 1994 al 2011), arrivando all’apice della violenza con il figlio Kim Jong-un, scelto dal padre come suo successore al posto dei fratelli maggiori, attualmente al potere dal 2011.

Ufficialmente e solo teoricamente il potere del controllo dello Stato è demandato ad un triumvirato di cui fanno parte il primo ministro e lo stesso Kim Jong-un, presidente dell’Assemblea Suprema, con un potere egualmente ripartito, ma di fatto è il leader supremo che esercita un potere assoluto e incontestato sul Paese, che ha elevato a rango di divinità la sua persona, come avevano già fatto i suoi predecessori. Pertanto, le uniche forme di divinità ammesse sono il "presidente eterno" Kim Il-sung, Kim Jong-il e il figlio Kim Jong-un, nessun’altra divinità è ammessa nella Corea del Nord.

Cenni su Kim Jong-un

Dopo i brevi riferimenti sul contesto generale in cui si è sviluppata la Corea del Nord è importante fare qualche riferimento a Kim Jong-un, la cui data di nascita 1983 sembra incerta. Ha frequentato scuole svizzere sotto vari pseudonimi e la sua vita giovanile resta ancora in parte immersa nel mistero. Sembra vantare studi a Berna in un collegio svizzero (sotto uno pseudonimo) e conosce il tedesco, l’inglese e il francese. Esistono molti dubbi anche sul suo stato di salute, per le diverse assenze prolungate delle sue normali apparizioni in pubblico, avvolte nei misteri di questo Paese per le limitatissime informazioni reali che vengono comunicate all’esterno.

Ultimo della dinastia “Kim”, detiene oggi tra i titoli principali quelli di Presidente del Partito dei lavoratori della Corea (WPK), Presidente della Commissione per gli affari di Stato e Comandante supremo delle forze armate, oltre a essere anche membro dell’Ufficio politico del Comitato Centrale del Partito del Lavoro di Corea (politburo) che è il più alto organo decisionale del paese. La sua vita è segnata da continue spietate esecuzioni, oltre che della popolazione, anche degli stessi familiari. Di seguito sono riportati solo alcuni esempi di condannati sotto il suo regime, oltre il caso dell’avvenuta recente esecuzione del giovane di ventidue anni sopra menzionato, sufficienti comunque a farci comprendere la vera personalità del leader supremo.

L’uccisione dello zio Chang Sung-taek e la decimazione della sua famiglia. Con la giustificazione di rendere più puro il partito Kim Jong-un non esitò nel 2013 a fare giustiziare lo zio Chang Sung-taek di 67 anni, cognato del leader supremo Kim Jong-il, con l’accusa di alto tradimento per avere tentato di organizzare un presunto golpe. Pare che assieme allo zio siano stati giustiziati tutti i riferimenti che avrebbero potuto condurre a lui: membri della sua famiglia (figli, nipoti e parenti), la sorella Jang Kye-sun, il marito di sua sorella Jon Yong-jin (ambasciatore nordcoreano a Cuba), suo nipote Jang Yong-chol (ambasciatore in Malaysia) e forse anche i due figli del nipote.

Alcune fonti riferiscono che lo zio fosse stato giustiziato gettandolo nudo in una gabbia con 120 cani affamati che lo avrebbero sbranato vivo senza lasciare nemmeno un brandello di carne. Come riportato da RAI News del 4 gennaio 2014 sembra che, «Secondo il quotidiano di Hong Kong Wen Wei Po, il leader della Corea del Nord, Kim Jong-Un, per lo zio, ex numero due del regime, e per cinque dei suoi collaboratori avrebbe scelto una morte macabra e lenta: l'esecuzione ‒ riporta il giornale ‒ sarebbe durata un'ora. E Kim, insieme ad altri 300 alti funzionari, avrebbe assistito dall'inizio alla fine».

La morte del fratellastro Kim Jong-nam, che inizialmente era stato designato alla successione di Kim Jong-il, perché sembra essere caduto in disgrazia per essere stato arrestato a Tokyo per il possesso di un passaporto falso. Venne ucciso in Malaysia nel 2017, probabilmente per mano di sicari nordcoreani, ma ufficialmente sembra non ci sia alcun riferimento che porti a Kim Jong-un.

Condanna ed esecuzione del ministro della Difesa nordcoreano Hyon Yong-chol. Come riportato da Avvenire.it del 13 maggio 2015, il ministro della Difesa nordcoreano Hyon Yong-chol sarebbe stato giustiziato da un plotone di esecuzione, in modo spettacolare, con un cannone antiaereo, con l'accusa, secondo i servizi di Seul, di tradimento per essersi addormentato durante una parata militare e per non avere rispettato le istruzioni del leader nordcoreano.

Altre strane condanne a morte che si leggono su documenti di inchieste sulla violazione dei diritti umani, ad esempio: per il furto di una mucca o per la vendita di film stranieri. Si legge altresì di essere stati utilizzati bambini disabili come cavie per testare armi chimiche e biologiche. Infine, su Panorama.news del 15 febbraio 2017 sono stati elencati i nove peggiori crimini di Kim Jong-un.

Un recente caso eclatante è la condanna di due sedicenni ai lavori forzati, per avere guardato una serie televisiva della Corea del Sud dedicata agli adolescenti. Una recente notizia triste e preoccupante riportata su Tg24.sky.it del 19 gennaio 2024 di una condanna inflitta in armonia all’avvenuta modifica della Costituzione con cui la Corea del Sud diventa il nemico principale e immutabile della Corea del Nord.

Assieme alle truci azioni descritte non possono essere tralasciate alcune definite bizzarre, come l’obbligatorietà per gli uomini di avere il taglio corto dei capelli e lo stesso per le donne tranne in alternativa di portare i capelli a caschetto o la proibizione delle merendine al cioccolato prodotte nella Corea del Sud, ecc..

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Sulla criminalità di Stato

Il desiderio di un veloce incremento delle finanze dello Stato con un rapido e facile arricchimento fu uno dei primi obiettivi della dinastia Kim e pare che questo desiderio sia stato fortemente rispettato fino alla data odierna, ma forse non sono molti a sapere che tale arricchimento è stato ed è ancora realizzato prevalentemente in maniera apertamente illecita.

Oltre quanto è stato già pubblicato a livello internazionale su tale argomento è opportuno ricordare la testimonianza del nordcoreano Kim Kuk-Song, che, dopo avere lavorato per trent’anni ai vertici delle agenzie di spionaggio a Yongyang, è scappato in Corea del Sud e in un’intervista alla BBC ha svelato segreti inquietanti sulle modalità con cui Kim Jong-un finanzia il proprio paese e soprattutto le sue tasche. Ha parlato di affari importanti che provengono dal traffico di armi e dalla produzione e commercializzazione della droga attraverso diplomatici nord-coreani che la spacciano all’estero. Per questi affari la Corea del Nord è stata considerata, a livello internazionale, un vero “narco-stato” in cui tutte le istituzioni statali sono penetrate dal potere e dalla ricchezza provenienti dal traffico illegale di armi e droga.

Altri grandi introiti provengono dalla “divisione 39” (Division Thirty Nine) o Room 39, fondata probabilmente verso la metà degli anni Settanta per finanziare inizialmente le ambizioni politiche di Kim Il-sung, nonno dell’attuale leader supremo. Questa entità opera come un’enorme industria privata, un vero dipartimento di stato coinvolto in attività commerciali illecite in vari settori, generando grandi profitti per una cerchia ristretta di individui fedeli al leader.

Pare che una parte importante del commercio internazionale, oltre che al commercio di armi e droga fosse legata alla contraffazione di banconote, soprattutto dollari americani, e alla contraffazione di sigarette commercializzate prevalentemente in California.

Ulteriori importanti notizie su questi affari di Stato illegali possono essere lette sul With paper on Human Rights in North Korea 2014, pubblicato da Korea Institute for National Unification. Per ultimare questo edificante quadro si può menzionare che Kim Jong-un ha fatto un ulteriore salto di qualità garantendosi aggiuntivi alti redditi con la cybercriminalità realizzata attraverso i migliori studenti informatici dell’università. È ben noto in tutto il mondo l’uso che è stato fatto dell’hackeraggio, con la diffusione del software wannacry con cui sono stati infettati centinaia di migliaia di computer in circa centocinquanta paesi.

Per ultimo desidero menzionare che ulteriori risorse economiche sono state ricavate dallo sfruttamento di migliaia di lavoratori inviati all’estero, prevalentemente in Cina, in Russia e in Medio Oriente, che lavoravano in condizioni disumane e il cui stipendio è inviato direttamente al governo coreano.

Infine, è ben noto come la Corea del Nord produca armi nucleari, ritenendole indispensabili per la sopravvivenza del suo regime. Avendo poi creato una grande riserva di tali armi ha paventato un attacco nucleare nei confronti degli Stati Uniti, facendo con ciò scaturire, da parte dell’ONU, diverse sanzioni economiche nei suoi confronti.

Sulle principali motivazioni dell’esecuzione di condanne a morte nei regimi dittatoriali

Una domanda naturale da porsi è perché Kim Jong-un dia così poco valore alla vita umana e perché la sua ostentata manifestazione di tanta ferocia. La pena di morte in Corea del Nord è prevista ufficialmente per i seguenti cinque reati: complotti contro la sovranità dello Stato; terrorismo; alto tradimento contro la patria da parte di cittadini; alto tradimento nei confronti della popolazione; omicidio.

Tuttavia, la realtà, come spesso avviene nei regimi dittatoriali, è molto diversa. La pena di morte nella Corea del Nord è praticata sistematicamente e su vasta scala in moltissimi casi. Non si conosce il numero esatto di esecuzioni annuali, poiché è segreto di stato. Le esecuzioni pubbliche sono ricorrenti, spesso per tentativi di fuga verso la Cina o la Corea del Sud. I detenuti politici sono tenuti in campi di concentramento descritti come veri e propri luoghi di orrore, con esecuzioni sommarie e condizioni disumane. Tutto ciò, ovviamente, deriva dalla discutibile interpretazione che viene data ai cinque reati sopra menzionati due dei quali sono di seguito richiamati.

Alto tradimento contro la patria da parte dei cittadini. Questo termine può variare a seconda del contesto legale e politico di ciascun paese. In genere, si riferisce a comportamenti che minacciano la sicurezza nazionale o la stabilità del governo. Tuttavia, la definizione specifica può essere soggetta a interpretazione e abuso da parte delle autorità, come sembra che in maniera vistosa avvenga in Corea del Nord.

Alto tradimento nei confronti della popolazione. Questo concetto è altrettanto e forse maggiormente vago e può includere una vasta gamma di atti. Infatti, potrebbe riguardare la violazione dei diritti umani, la partecipazione a movimenti di opposizione o qualsiasi azione considerata una minaccia per il regime. Quest’accusa è spesso utilizzata dai dittatori per reprimere l’opposizione politica o per eliminare gli avversari con l’uso della pena di morte che, per questi reati, è spesso in maniera arbitraria, come sembra avvenga in Corea del Nord.

Sulle motivazioni che spingono i sistemi dittatoriali alla facile condanna a morte

I dittatori spesso utilizzano la pena di morte come strumento di controllo e repressione fornendo al mondo futili giustificazioni. Infatti l’uso della pena di morte serve ai dittatori per intimidire e reprimere l’opposizione politica, i dissidenti e chiunque minacci il loro potere.

Le esecuzioni capitali servono per creare un clima di paura e di terrore per scoraggiare la protesta e la ribellione. Esecuzioni bestiali incutono maggiore timore, come ad esempio, l’effetto che provoca fare sbranare un uomo vivo da cani affamati è ben maggiore di quello della fucilazione. Se poi si assiste direttamente all’esecuzione ciò rappresenta un monito ancora più forte.

Le principali giustificazioni che in genere vengono date dai dittatori per l’applicazione della pena di morte è che essa serve come una misura importante per mantenere l’ordine pubblico e la stabilità. Una giustificazione che è spesso contestata, poiché la pena di morte è ormai ben dimostrato che non ha un effetto deterrente significativo sulla criminalità.

In realtà, la pena di morte crea un clima di terrore tra la popolazione ed è stato da sempre uno strumento di repressione utilizzato da molti dittatori nel corso della storia. Applicata in modo arbitrario e senza un processo giusto spesso per reprimere chiunque minacci il regime, per eliminare gli oppositori politici o per creare un senso di terrore e legittimare il potere del dittatore, consolidando così la sua leadership.

Come tentare di ostacolare la pena di morte nei regimi totalitari

L’esempio della Corea del Nord non è il solo, anche se è quello che ha forse maggiormente impressionato per la ferocia e la motivazione di alcune esecuzioni, ma non bisogna dimenticare che altrettante esecuzioni, con analoghe motivazioni, avvengono in altri Paesi. Come semplice esempio basta citare Yemen e Iran.

Yemen: l’attivista yemenita Fatma al-Arwali, è a rischio di imminente esecuzione, perché giudicata colpevole di aver fornito informazioni coperte dal segreto militare agli Emirati Arabi Uniti. Alla data dell’arresto era a capo dell’ufficio yemenita dell’Unione per la leadership femminile della Lega araba. È stata condannata a morte in un processo gravemente iniquo controllato dagli Huthi3.

Iran: c’è stato un forte aumento delle esecuzioni: sabato 18 maggio 2024 sette persone sono state vittime di esecuzioni capitali. Tutti impiccati, uomini e donne. Dall’inizio dell’anno ci sono state oltre duecento esecuzioni. L’Iran ha il primato delle esecuzioni di donne. Molte di queste donne sarebbero state vittime di matrimoni forzati o abusi.

Per ostacolare la pena di morte facilmente applicata da un dittatore è possibile adottare delle strategie, alcune delle quali, ancorché palesemente note, sono di seguito brevemente richiamate.

La Pressione diplomatica e internazionale è quella che prioritariamente dovrebbe essere utilizzata da ogni Paese contrario alla pena di morte per condannare pubblicamente l’uso indiscriminato che viene fatto da parte di un dittatore della pena di morte. Un Paese contrario all’applicazione di tale pena dovrebbe partecipare a organizzazioni, come le Nazioni Unite e l’Unione Europea e ad altre associazioni internazionali, per promuovere l’abolizione della pena di morte a livello globale.

La sensibilizzazione e mobilitazione dell’opinione pubblica attraverso la società civile, gli attivisti e le organizzazioni per i diritti umani, attraverso campagne, petizioni e manifestazioni per contribuire a creare consapevolezza e pressione sul dittatore.

La collaborazione con altri paesi che hanno già abolito la pena di morte, collaborando con essi per scambiare esperienze e strategie. In sintesi, la lotta contro la pena di morte non è una campagna solitaria, ma richiede un impegno globale e coordinato da parte di molti attori, compresi i Paesi, le organizzazioni internazionali e la società civile.

Le sanzioni economiche sono probabilmente il massimo deterrente per mettere pressione sul regime. Dette sanzioni possono includere: restrizioni commerciali e tagli agli aiuti o altre misure economiche. Sono azioni che dovrebbero tendere all’isolamento del paese sotto accusa, incidendo così direttamente sulla vita della popolazione per mirare a sbloccare la capacità di reagire da parte della stessa popolazione.

Paesi solidali con il governo della Corea del Nord

L'indifferenza di diversi paesi difronte a tali barbarie può essere interpretata come la paura di interrompere le relazioni politiche e soprattutto economiche. Per fortuna esiste già l’embargo da parte di alcuni di essi che hanno chiuso i loro rapporti commerciali e diplomatici con la Corea del Nord.

Ciò nonostante, è normale chiedersi come fa questo Stato a continuare a sopravvivere economicamente e ad essere accettato da alcuni Paesi pur con l’evidente pura ferocia e inaudita crudeltà messa in atto dal suo leader massimo, una ferocia difficilmente riscontrabile tra gli animali delle foreste più impenetrabili della terra.

La risposta è semplice: è evidente che, se ciò avviene è soprattutto perché riceve un forte sostegno da sue alleanze forti a livello internazionale che sono prevalentemente in contrasto da sempre con la politica degli Stati Uniti, anche se talvolta in maniera non molto visibile.

Nel caso in esame si tratta della Cina, della Russia, dell’Iran, che costituiscono quasi una cortina attorno alla Corea, e di qualche altro Paese, ovviamente, anch’esso a ben nota forte matrice dittatoriale.

Considerazioni finali

la costante ferocia di Kim Jong-un potrebbe evidenziare una sua costante paura per la sua stessa incolumità, tanto maggiore quanto maggiore è l’azione cruenta che viene messa in atto nei confronti dei suoi condannati, a volte con l’ostentazione di presenziare alle stesse esecuzioni capitali spesso arbitrarie e politicamente motivate.

L’atteggiamento di Kim Jong-un, definito bizzarro da varia stampa internazionale, e l’impressionante ostentata crudeltà sembrerebbero evidenziare anche una sua vita da incubo, con una vera paranoia di essere ucciso dimostrata anche dal controllo serrato messo in atto per la sua sicurezza personale in ogni istante della sua vita quotidiana.

Tra i fatti che lo dimostrano di seguito ne evidenziamo alcuni:
• la squadra personale per la sua sicurezza che lo accompagna numerosa a piedi negli spostamenti in città, corre accanto alla sua auto che già di per sé è una fortezza;
• l’ostentazione eccessiva del suo potere;
• il controllare minuzioso che sembra faccia fare al microscopio dell’insalata che dovrà mangiare;
• la paura di spostarsi in aereo, sostituendolo quando è possibile col treno; una paura che sembra fortemente aumentata soprattutto dopo il raid che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani.

Inoltre, non potrà avere mai la sicurezza di potere contare sui suoi familiari se, come sopra descritto, molti di loro sono stati eliminati in maniera cruenta.

Alla luce di quanto sopra esposto sembra incredibile che ci siano ancora diversi Paesi che sostengono la Corea del Nord, diventando così di fatto corresponsabili dei crimini che costantemente vengono commessi. Forse non valutano che, col mutare degli equilibri mondiali, in un futuro prossimo alcuni di essi potrebbero diventare vittime di questo crudele regime, basta riflettere sull’arsenale nucleare che possiede la Corea del Nord.

Purtroppo, tranne temporanee prese di posizione da parte di alcuni governi e associazioni per i diritti umani, sembra che tutta l’umanità si sia ormai assuefatta a quanti sono giustiziati per dissenso verso le linee di governo che amministrano i loro Paesi. Anche l’Italia, pur non mantenendo relazioni diplomatiche formali, tranne l’inaspettata e forse poco opportuna visita di alcuni politici alla Corea del Nord, ha pur sempre scambi commerciali che, ancorché molto ridotti e poco significativi non sono sufficienti ad esprimere in maniera chiara la condanna sull’operato della Corea del Nord.

A volte, quasi per giustificare una nostra inadeguata opposizione a tali eccidi, si suole dire “ogni popolo ha il governo che si merita” e magari crediamo così di dare una pacata giustificazione alla nostra tenue reazione. Occorre però precisare il campo di validità di tale antico detto, evitando le discutibili citazioni storiche dalle quali si pensa che derivi, perché esso è applicabile solo quando è riferito ad un Paese con regime democratico, dove il popolo ha libertà di voto e dunque di scegliere chi lo dovrà governare. Perde invece di significato se ci si riferisce ad un Paese con un governo di tipo dittatoriale, dove l’unica possibilità di cambiamento è demandata ad una rivolta interna della popolazione, come la storia ben insegna.

Purtroppo, allo stato attuale, non è facile ipotizzare che la popolazione possa facilmente ribellarsi, essendo privata totalmente dei mezzi di comunicazione necessari per rendersi conto della realtà che la circonda e ben consapevole che quelli che hanno sfidato o tentato di sfidare Kim Jong-un hanno poi pagato con la persecuzione e con la morte.

L’unica arma utilizzabile resta dunque il totale isolamento internazionale di questo paese dichiarando la diretta corresponsabilità di quanti ciò non mettono in atto. Infatti, se quelli che lo sostengono non fanno alcuna azione di forte dissenso reale e continuano nei reciproci interscambi commerciali non potrebbero diventare anch’essi compartecipi di tali crimini?

Desidero concludere con una riflessione che potrà sembrare paradossale. Se Kim Jong-un avesse messo la sua intelligenza, la sua astuzia, la sua determinazione e la sua capacità strategica a servizio del bene e non del male, del rispetto dei diritti umani e non della ferocia criminale che l’ha contraddistinto, forse oggi avremmo potuto avere una Corea unita, con un’industria dotata della più alta tecnologia, con un’economia stabile. Forse avremmo avuto la popolazione in pace che avrebbe amato e venerato il proprio leader massimo, il cui nome sarebbe poi rimasto positivamente presente nella storia futura del proprio paese e dell’umanità.

Note

1 K-pop (abbreviazione di Korean popular music, in lingua coreana si pronuncia Ke-ipap) è la musica popolare della Corea del Sud.
2La guerra di Corea vide dal lato comunista Cina e Unione Sovietica contrapposte entrambi alla supremazia comunista, mentre agli Stati Uniti si unirono truppe australiane, belghe, lussemburghesi, canadesi, colombiane, etiopi, francesi, britanniche, greche, olandesi, neozelandesi, filippine, sudafricane, thailandesi e turche.
3 Un gruppo armato dello Yemen, in prevalenza sciita zaydita.